Enzo ha salvato la vita di mia mamma

Enzo ha salvato la vita di mia mamma. Se non fosse stato per il suo intervento, credo che mia mamma sarebbe mancata molto prima.

La prima volta che vidi Enzo era il 1993 o 1994. Ero una maturanda di Rimini, e con GS andammo a Bologna in pullman e ascoltammo Enzo, forse per un incontro regionale. Hai presente “erano le 4 del pomeriggio”, il dettaglio che ti rimane impresso? Ecco, ricordo tutti i dettagli. Ricordo il colore spento delle pareti del cinema e della tovaglia sul tavolo. Ricordo il vestito di Enzo. Ricordo benissimo come la luce dei fari del palco cadeva sulla testa di Enzo, facendo sembrare i suoi capelli color rosso fuoco. Soprattutto, ricordo l’impressione che mi fece la sua umanità. Un’umanità che non avevo mai visto prima.

A settembre del 1994 arrivai a Bologna come matricola di Lettere. Finii in appartamento con Chiara Piccinini. Enzo mi diventò familiare, oltre che per il suo impegno con il CLU, attraverso i tanti racconti di sua figlia. Mi resi conto che ero in una posizione privilegiata, potevo “conoscerlo” come poche altre persone.

Faccio un passo indietro di qualche mese. A primavera di quello stesso anno, mia mamma si ammalò. Di cosa, non lo sapeva nessuno. Cominciò con lividi e macchie su tutto il corpo, ma dalle analisi non emergeva niente di significativo. Nei mesi seguenti le cose peggiorarono: lei si comportava in modo strano, e la sera entrava in una specie di stato comatoso: qualsiasi cosa stesse facendo, si impietriva, magari col cucchiaio a mezz’aria, e allora mio babbo e mio fratello la prendevano di peso e la mettevano a letto.

Avevamo girato diversi reparti e medici. Un lungo ricovero a nefrologia a Bologna al Sant’Orsola. Niente, nessuno capiva cosa avesse.

Fu la Chiara a suggerirmi di coinvolgere Enzo e chiedere un suo parere. Mi accompagnò da lui per dargli la cartella clinica di mia mamma: era un faldone gigantesco, pagine e pagine. Dopo qualche giorno mi dissero di andare non ricordo dove, fuori Bologna, con un gruppetto di “selezionati” ragazzi del CLU: Enzo mi avrebbe parlato di mia mamma. Dovevo salire in macchina con lui insieme ad altri ragazzi, istintivamente cercai di sedermi dietro pensando che avremmo parlato più tardi, e lui: “Ma cosa fai, vieni davanti che dobbiamo parlare”. Sfruttava ogni secondo!

Ero una ragazza di 19 anni, ma Enzo mi trattò con serietà, da adulta. Mi disse cosa pensava della situazione, mi indicò un nome: Dottoressa Sama, di Medicina Interna. Era anche la coordinatrice del centro trapianti del Sant’Orsola, se non sbaglio.

Era la strada giusta. Iniziarono i ricoveri presso Medicina Interna, le analisi, gli esami. A un certo punto, dopo circa un anno e mezzo da quando ci eravamo accorti che qualcosa in lei non andava, successe che mia mamma, quasi da un giorno all’altro, diventò tutta gialla, e gonfia nell’addome. A quel punto chiunque l’avesse visitata avrebbe potuto fare la diagnosi: cirrosi epatica criptogenetica. Si manifestò subito gravissima, ma per fortuna eravamo già nel reparto giusto, seguiti dai medici giusti. Grazie a Enzo.

Mia mamma fu messa in lista d’attesa per il trapianto di fegato e continuò a entrare e uscire da Medicina Interna per 2 anni. A volte ricoveri di settimane, mesi.

Ricordo un altro intervento di Enzo, provvidenziale. Mia mamma era entrata in coma epatico mentre era a Rimini. Chiamammo l’ambulanza, e via di corsa in ospedale a Rimini. Purtroppo in ospedale le cose andarono molto male: trattamenti sbagliati di ogni tipo. Riuscirono quasi ad ucciderla perché, vedendola gonfia, la bombardarono di diuretici e le abbassarono il tasso di sodio ai limiti compatibili con la vita. Appena lei si riprese (la mattina del giorno in cui si svegliò dal coma, i bambini delle scuole del movimento di Rimini avevano pregato per lei!), non ci pensammo un attimo: firmammo le carte per farla uscire, volevamo portarla a Bologna. Problema: a Medicina Interna non c’era posto. Intervenne Enzo, fece un discreto casino, e mia mamma fu accettata in reparto e parcheggiata con un letto in corridoio. Grazie a Dio riuscirono, in due mesi, a rimediare ai danni fatti all’ospedale di Rimini in 2 settimane.

A gennaio del 1997, alla terza chiamata, finalmente mia mamma fece il trapianto. Ha vissuto altri 14 anni.

La nostra “storia” con Enzo finisce qui.

Se non fosse stato per lui, mia mamma probabilmente non sarebbe stata presente alla mia laurea, o al matrimonio di mio fratello, e non sarebbe diventata nonna. Due volte. E soprattutto, non avrebbe potuto testimoniare come ha fatto negli anni della sua malattia.

A tal proposito, ti allego un quartino che abbiamo stampato in occasione del primo anniversario dalla sua morte. Contiene una testimonianza che fece 2 mesi prima di morire, e uno stralcio di una lettera di mio babbo.

Molto sinceramente, io mi sono un po’ vergognata della donazione. Mentre armeggiavo con PayPal, mi sono chiesta: “Quanto vale la vita di mia mamma?”. Di fronte a questa domanda, capite anche voi che la cifra di quella donazione è ridicola…

Francesca, Ferrara